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Cittadinanza italiana per residenza: gli anni, il reddito, la lingua e i tempi

Dieci anni di residenza legale per chi viene da un Paese non europeo, un reddito minimo negli ultimi tre anni, l'italiano al livello B1, 250 € di contributo. Qui ci sono i requisiti esatti, e soprattutto come controllare da soli la cosa che ferma più domande: la continuità della residenza.

Redazione Bahay 11 min di lettura

In questo articolo
  1. Quanti anni di residenza servono
  2. «Residenza legale»: le due parole che fermano più domande
  3. Come controllare la tua residenza prima di spendere un euro
  4. Il reddito degli ultimi tre anni
  5. L'italiano al livello B1
  6. I documenti che devono arrivare dal tuo Paese
  7. Quanto costa, e dove si presenta
  8. Quanto dura l'attesa
  9. Il giuramento, e i sei mesi da non perdere
  10. Se la risposta rischia di essere no
  11. Una cosa che si sente dire, e che non è andata così
  12. Da dove cominciare, concretamente

Dieci anni in Italia non fanno di te un cittadino italiano. Fanno di te una persona che può chiederlo — ed è già molto, perché in tanti arrivano a quindici o vent'anni senza sapere di poterlo fare.

La strada si chiama cittadinanza per residenza, ed è scritta nell'articolo 9 della legge 5 febbraio 1992 n. 91. La parola che conta è concessione: chi ha tutti i requisiti presenta la domanda, e poi l'amministrazione decide. Averli è necessario; non è di per sé sufficiente.

Qui sotto ci sono i requisiti con i numeri esatti. Non c'è scritto se la tua domanda andrà bene — quello lo può guardare solo qualcuno che veda la tua storia per intero. C'è però una cosa che puoi controllare da sola prima di spendere un euro, ed è la più importante: la trovi nel terzo capitolo.

Quanti anni di residenza servono

Dipende da dove vieni e da chi sei. Sono sette casi, e la maggior parte delle persone sta nel primo.

Se seiResidenza minima
Cittadino di un Paese non europeo (art. 9 lett. f)10 anni
Cittadino dell'Unione europea (art. 9 lett. d)4 anni
Apolide (art. 9 lett. e) o rifugiato (art. 16 c. 2)5 anni
Maggiorenne adottato da cittadino italiano (art. 9 lett. b)5 anni dall'adozione
Figlio maggiorenne di straniero diventato cittadino italiano5 anni dalla cittadinanza del genitore
Discendente in linea retta di cittadini italiani per nascita, entro il secondo grado3 anni
Nato in Italia (art. 9 lett. a)3 anni

Tre precisazioni che spostano molto, e che è meglio sapere subito:

  • chi ha la protezione sussidiaria o umanitaria non rientra nelle agevolazioni previste per i rifugiati: per lui gli anni restano dieci. È una distinzione che sorprende quasi tutti;
  • i cittadini del Regno Unito, dal 1° gennaio 2021, sono cittadini di un Paese terzo a tutti gli effetti;
  • chi ha lavorato alle dipendenze dello Stato italiano, anche all'estero, per almeno cinque anni non ha il requisito della residenza (art. 9.1 lett. c).

«Residenza legale»: le due parole che fermano più domande

Essere stati in Italia dieci anni non basta. La legge chiede una residenza legale, continuativa e ininterrotta: vuol dire essere stati iscritti all'Anagrafe per tutto il periodo, senza mesi di residenza all'estero e senza periodi di irreperibilità.

La differenza fra «essere stati qui» e «risultare iscritti» sembra una sottigliezza e non lo è. Nella vita di una persona che lavora, i buchi si aprono per motivi banali: un trasloco dichiarato tardi, un periodo in cui il permesso è scaduto e il comune non l'ha saputo, una visita del vigile che non ti ha trovato in casa perché eri al lavoro.

Quei mesi, anche se sono di dieci anni fa, contano. E si scoprono quasi sempre troppo tardi — dopo aver pagato, tradotto e legalizzato tutto il resto.

Come controllare la tua residenza prima di spendere un euro

Questa parte vale il tempo di leggerla, perché è l'unica che ti fa risparmiare soldi veri.

Ogni Comune può rilasciarti uno storico di residenza individuale: un certificato che dice, con le date, quando sei stato iscritto lì e quando no. Lo rilasciano tutte le anagrafi italiane.

Ci sono però due cose da mettere in conto, e nessuna delle due è comoda:

  • serve un certificato per ogni città in cui hai vissuto. Ogni storico racconta soltanto il periodo passato in quel Comune: al momento non esiste un certificato unico nazionale che li metta insieme. Se in dieci anni hai abitato a Milano, poi a Brescia, poi a Roma, sono tre richieste a tre uffici diversi;
  • ognuno costa 16,52 € — 16,00 di marca da bollo più 0,52 di diritti di segreteria.

Tre città fanno quasi cinquanta euro. Sembra tanto, finché non lo si confronta con i 250 € del contributo, con le traduzioni legalizzate e con i due o tre anni di attesa buttati per un buco che si poteva vedere prima.

E qui c'è la cosa da capire bene: quei certificati non servono al Comune. Servono a te.

Quando presenterai la domanda, la pubblica amministrazione non può chiederti i certificati, e nemmeno accettarli. Lo dice l'articolo 40 del d.P.R. 445 del 2000: le certificazioni valgono solo nei rapporti fra privati, e nei rapporti con gli uffici pubblici sono sempre sostituite da una tua dichiarazione. Chiederteli è, per l'articolo 74 dello stesso decreto, una violazione dei doveri d'ufficio. Che poi succeda lo stesso, e capita spesso, non cambia la norma.

Per la domanda basta quindi la tua autocertificazione: una dichiarazione firmata, senza bollo e senza autentica della firma. Il certificato non devi comprarlo per consegnarlo a nessuno.

Lo compri per essere sicura di quello che dichiari. Quella dichiarazione la firmi tu, e lo stesso decreto è netto su che cosa succede se non è vera: in caso di dichiarazione non veritiera il cittadino è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, oltre che decadere dagli eventuali benefici ottenuti con l'autocertificazione (artt. 75 e 76).

Su questa pratica «decadere dai benefici» ha un significato molto concreto: vuol dire perdere la cittadinanza ottenuta, anche anni dopo. E un buco di tre mesi di dieci anni fa, che non ricordavi, conta come qualunque altro: la buona fede non cambia il fatto dichiarato.

Ecco a che cosa servono i cinquanta euro di certificati: a firmare sapendo.

C'è anche un modo gratuito, e ce l'hai già

Se sei cittadina di un Paese non europeo, ogni volta che rinnovi il permesso di soggiorno devi tornare in comune a rinnovare la dichiarazione di dimora abituale, entro sessanta giorni. Ne abbiamo scritto qui: la dichiarazione da rinnovare a ogni permesso.

Quella pratica, che sembra solo un adempimento in più, è in realtà una prova periodica che la tua iscrizione anagrafica è viva. Il ragionamento è semplice: se l'anagrafe aggiorna i tuoi dati, vuol dire che nell'anagrafe ci sei. Se invece fossi stata cancellata, non potrebbero aggiornarti niente — e te lo direbbero, rispondendo che i tuoi dati non si possono modificare perché sei stata cancellata.

C'è un secondo effetto, ed è quello che a volte salva la pratica: la conferma della dimora abituale interrompe un procedimento eventualmente già avviato per irreperibilità. Arrivi prima che la cancellazione si chiuda, e la fermi.

Detto in un modo che si ricorda: ogni rinnovo del permesso è anche un controllo gratuito della tua residenza. Chi ha fatto la dimora abituale ogni volta ha, senza saperlo, dieci anni di prove.

Il reddito degli ultimi tre anni

Serve dimostrare mezzi economici sufficienti nei tre anni precedenti la domanda, e quel reddito deve restare stabile fino al giuramento — non basta averlo avuto il giorno in cui hai presentato la domanda.

SituazioneReddito minimo
Celibe o nubile8.263,31 €
Sposato o sposata11.362,05 €
Sposato/a + 1 figlio11.878,10 €
Sposato/a + 2 figli12.394,15 €
Sposato/a + 3 figli12.910,20 €
Sposato/a + 4 figli13.426,25 €
Per ogni altro figlio a carico+ 516,00 €

Contano solo i redditi imponibili IRPEF dichiarati in Italia, quelli che compaiono nelle dichiarazioni degli ultimi tre anni. Il patrimonio non conta: una casa di proprietà non sostituisce lo stipendio.

Ma c'è una cosa che quasi nessuno sa, e che cambia il destino di molte domande: non devi arrivarci da sola. Al reddito minimo possono concorrere i familiari che vivono con te — coniuge, parte unita civilmente, convivente di fatto con contratto scritto di convivenza, figli, genitori, generi e nuore, suoceri, fratelli e sorelle. Serve allegare l'autocertificazione di mantenimento e il documento di chi contribuisce.

Vuol dire che una madre con un lavoro part-time e un figlio maggiorenne che lavora, conviventi, possono sommare. Guarda lo stato di famiglia prima di dare per persa la domanda.

L'italiano al livello B1

Serve una conoscenza dell'italiano non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo. Si dimostra in uno di questi tre modi:

  • una certificazione B1 di un ente riconosciuto;
  • un titolo di studio preso in un istituto riconosciuto dal Ministero dell'Istruzione;
  • l'accordo di integrazione.

Attenzione a non confonderlo con il test A2, che serve per il permesso di lungo periodo: sono due esami diversi, e per la cittadinanza il livello è più alto. Se hai fatto l'A2 anni fa, quello non basta.

I documenti che devono arrivare dal tuo Paese

Sono due, e sono quelli da far partire per primi, perché dipendono da uffici lontani:

  • il certificato di nascita in lingua originale, legalizzato e con traduzione legalizzata;
  • il certificato penale del tuo Paese — e di ogni altro Paese in cui hai risieduto — anch'esso legalizzato e tradotto.

Sul certificato penale ci sono due dettagli che, sbagliati, fanno ricominciare tutto:

  • vale sei mesi dalla data di rilascio, e deve essere ancora valido nel momento in cui invii la domanda. Chiederlo troppo presto è un errore quanto chiederlo troppo tardi;
  • non è il casellario giudiziario italiano: è un documento del tuo Paese, e sono due cose diverse.

Se sei entrata in Italia prima dei quattordici anni, il certificato penale del Paese d'origine non serve.

Quanto costa, e dove si presenta

Al momento della domanda si pagano, con PagoPA:

  • il contributo obbligatorio di 250,00 €;
  • la marca da bollo da 16,00 €.

La domanda si fa solo online, dal portale del Ministero dell'Interno. Non c'è uno sportello dove consegnarla, e non serve nessun intermediario per presentarla.

Quanto dura l'attesa

Il termine entro cui l'amministrazione deve rispondere dipende da quando hai presentato la domanda: la legge è cambiata due volte, e chi ha presentato in anni diversi ha attese diverse.

Domanda presentataTermine
prima del 5 ottobre 20182 anni
fra il 5 ottobre 2018 e il 20 dicembre 20204 anni
dopo il 20 dicembre 20202 anni, estendibili fino a 3

In quegli anni la pratica non è ferma: si segue nell'area riservata del portale, dove arrivano anche le comunicazioni. Vale la pena guardarla spesso, insieme alla casella email, perché alcune richieste hanno un termine per rispondere.

Il giuramento, e i sei mesi da non perdere

Se la domanda è accolta arriva un decreto di concessione. Non è ancora finita: bisogna prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica.

E qui c'è il termine più crudele di tutta la pratica: il giuramento va prestato entro sei mesi dalla notifica del decreto. Passati quelli, il decreto non ha più alcun effetto — e non si recupera: si ricomincia da capo, con i costi e gli anni da capo. Dieci anni di attesa possono finire così, per una lettera non aperta.

Si diventa cittadini italiani il giorno successivo al giuramento. Come e quando si fa lo dice il tuo Comune di residenza.

Se la risposta rischia di essere no

Se durante l'esame emergono motivi che potrebbero portare a un rifiuto, l'amministrazione deve dirtelo prima di decidere: è il cosiddetto preavviso di diniego, e apre una finestra per rispondere e portare documenti. Non è una brutta notizia da subire: è l'occasione per spiegare, e va usata.

La domanda può essere respinta per precedenti penali, per condanne definitive per certi reati o per motivi di sicurezza dello Stato; il Ministero valuta caso per caso la gravità dei fatti e la situazione anche dei familiari conviventi. Contro il decreto di rigetto si può fare ricorso al TAR, il tribunale amministrativo.

Una cosa che si sente dire, e che non è andata così

Nel giugno 2025 si è votato un referendum che proponeva di portare gli anni di residenza da dieci a cinque. Non ha raggiunto il quorum — è andato a votare il 30,6 % degli aventi diritto — e quindi non ha cambiato niente: per chi viene da un Paese non europeo gli anni restano dieci.

Se qualcuno ti dice che «adesso bastano cinque anni», ti sta dando un'informazione sbagliata. Vale la pena saperlo prima di prendere una decisione, o di pagare qualcuno per una pratica che non si può ancora fare.

Da dove cominciare, concretamente

Nell'ordine, e la prima è gratis:

  1. Conta gli anni e guarda in quali città sei stata iscritta.
  2. Chiedi lo storico di residenza a ognuno di quei Comuni — 16,52 € l'uno — e controlla che non ci siano buchi. Se hai sempre rinnovato la dimora abituale a ogni permesso, hai già una buona indicazione.
  3. Guarda le dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni, tue e di chi vive con te.
  4. Fai partire i documenti dal tuo Paese, che sono i più lenti — ma non troppo presto, per via dei sei mesi del certificato penale.
  5. Fatti controllare tutto da un patronato prima di pagare i 250 €. È gratis, e le due cose che guardano — continuità della residenza e redditi — sono esattamente quelle che decidono la pratica.

Hai una situazione che non rientra in nessuna delle caselle qui sopra? Raccontala nella sezione Cittadinanza della community: i casi particolari, su questa materia, sono la regola.

Informazioni verificate il 9 set 2026.

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